Pensi a Fabrice l’alieno, seduto al piano, in una hall su una nave spaziale dalle vetrate immense. Poi pensi a come stiamo massacrando la Terra, come fossimo vittime di un attacco nucleare e le radiazioni che ci piovono addosso, perché tutto torna. Genesi di un riff. Interno notte.

Aver contribuito a un brano contenuto nell’ultimo album dei Rockets, è una di quelle cose che ti fanno riflettere. Mica perché hai fatto un capolavoro, una hit o un evergreen, magari: perché non stiamo parlando di questo bensì di una canzone, per la prima volta strumentale e downtempo, semplice ma per la band un po’ fuori dagli schemi. Aver contribuito a un brano contenuto nell’ultimo album dei Rockets, è una di quelle cose che ti fanno sentire bene perché ti danno l’idea del possibilismo odierno, funzionale e congeniale.

C’è ancora dell’amore e sperimentazione nell’aria, poi; e certo, infine si passa all’analisi tecnica. Ma come si fa a sentenziare quando le cose vengono fatte con trasporto e per quella band per la quale provi amore incondizionato, nostalgia infinita, affetto intenso sin da quando eri bambino. Lievemente, oggi mi sento argenteo, felice e alieno. Grazie Fabrice, sei un mago che ha realizzato un sogno di un bambino di 51 anni.

 

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