Mentre in Italia si sboccia con l’autotune a ritmo di misero trap, pop dalla coscia lunga e incensati anni 90, a Miami si fa spensieratamente festa. Bene. Il bel paese si aggrappa a un revival di un trentennio fa con i soliti noti abili nei rimedi maldestri misti anostalgia consapevole e canaglia, tra autotune che rasentano il patetico e testi di trap che trasformano la miseria esistenziale in slogan da social. E Winter Music Conference e Ultra Music Festival rispondono con appuntamenti che sanno di carnevali permanenti e dove la profondità viene annegata nel rumore di synth e nel clangore di bottiglie al VIP. Da una parte, lo Stivale che prova a vendere come innovazione ciò che è già stato digerito e rigurgitato dalla cultura pop globale, con artisti che confondono l’autenticità con l’aderenza a un algoritmo, e la ribellione con pose da teenager in cerca di like.
Dall’altra, una città che ha fatto del superficiale un dogma, dove la musica latina, un tempo veicolo di storie di resistenza e identità, viene sterilizzata in ritmi EDM e solo a tratti priva di anima o contesto, ridotta certo a sottofondo per influencer in cerca di storie Instagrammabili. Ma con risultati. Entrambi i fenomeni, pur nella loro distanza geografica e culturale, rivelano una stessa fuga dalla complessità: in Italia si mascherano paure e fragilità dietro a un cinismo da tastiera, a testi che imitano la protesta ma suonano come lamenti di chi ha già accettato la sconfitta; a Miami, invece, si celebra l’oblio collettivo, trasformando l’arte in merce da consumare tra un cocktail e un selfie, in cui ogni traccia di umanità viene levigata via per non disturbare il capitale.
È il trionfo del presente perpetuo, dove il passato è un sample da saccheggiare e il futuro un hashtag da inventare. Eppure, in questa corsa all’autocelebrazione effimera trampiana o contemporanea, ciò che emerge è l’incapacità di entrambe le culture di confrontarsi con il vuoto che le alimenta: l’Italia, intrappolata in un loop di provincialismo travestito da avanguardia sfamata da post radical chic e dintorni, e Miami, laboratorio di un edonismo così radicale da diventare involontaria parodia di se stesso. Due facce della stessa medaglia, specchi distorti di un’epoca in cui l’arte, anziché interrogare, preferisce narcotizzare, e la critica si riduce a un coro di applausi per chi grida più forte nel deserto. Entrambi mi fanno diarreare ma se proprio mi devo turare il naso, scelgo l’esito a stelle e strisce. Almeno la marcia funebre ha un nonsoché di grottesco.